QUANDO PARLARE VELOCE CI TOGLIE IL FIATO

Polmoni e volumi

Sicuramente conosci qualcuno che “parla a macchinetta”.
È uno stile espressivo piuttosto frequente… ma questo non significa che sia funzionale. Anzi.

Dal punto di vista di chi parla, infilare una parola dietro l’altra concedendosi pochissime pause è una “postura” comunicativa ad alto dispendio energetico.
In questa condizione, le prese d’aria – indispensabili per alimentare la voce – arrivano solo quando si è ormai in esaurimento: si parla finché si finisce l’aria e solo allora si inala, spesso in modo affannoso, per poter continuare.

In una situazione fisiologica, invece, l’inspirazione che precede l’inizio del parlato parte con i polmoni in uno stato di riposo e permette di accogliere nuova aria. Il volume di aria che muoviamo durante una respirazione tranquilla si chiama volume corrente. Se parliamo con un ritmo adeguato e ci concediamo le giuste pause, la fonazione consuma solo una parte di questo volume.
Così, restiamo nel range di una respirazione fluida, confortevole, sostenibile.

Ma se il mio stile comunicativo è guidato dall’impulso di dire tutto, subito, senza pause, perdo progressivamente il controllo respiratorio. Le pause insorgeranno come delle necessità sempre più impellenti e incontrollate. 
A quel punto i polmoni non si troveranno più in condizioni ottimali: avrò consumato tutto il volume corrente, e forse anche una parte del volume di riserva espiratoria. Una quota dell’inspirazione verrà allora impiegata solo per riportare i polmoni a un livello respiratorio di equilibrio.

Cosa comporta questo?
Che avrò meno aria utile a disposizione per parlare.
Sarò sempre in rincorsa con il fiato.
Dovrò costantemente recuperare, perdendo un parte di volume disponibile. 

Lo vedi il cortocircuito?

“Fame d’aria” descrive perfettamente il disagio.
Cercherai di respirare di più, ma finirai per farlo male: in modo accelerato, con inspirazioni brevi, superficiali, che si fermano nella parte alta dei polmoni.
Questo attiva una respirazione alto-toracica, che – sebbene non da demonizzare – dovrebbe essere riservata a contesti tranquilli, discorsi brevi, momenti rilassati. Non certo alla conduzione di una lezione o di una performance in pubblico.

E non finisce qui.

L’iperventilazione stimola il Sistema Nervoso Autonomo Simpatico, quello dell’allerta. Il cuore accelera, il battito aumenta, e subentra una sensazione di ansia o agitazione.
Il corpo agisce sulla postura, nel tentativo di introdurre più aria (in fondo la prima regola dell’organismo è “Respira!”): si allunga il collo, il mento si proietta verso l’alto.
Le corde vocali, collegate a queste strutture, si stirano. I muscoli, sotto tensione, lavorano con maggiore fatica per produrre il suono. La tensione si diffonde a collo, volto, spalle…

E l’ascoltatore?

Mettiti per un momento nei panni dell’interlocutore.
L’agitazione che provi passa anche nel tuo messaggio.
L’urgenza di voler dire tanto, tutto insieme, provoca in chi riceve un senso di sopraffazione.
Se non lasci spiragli di intervento – le pause naturali nel turno conversazionale – crei una condizione di sbilancio, in cui l’altro parla e io posso al massimo annuire.

Questo esaurisce rapidamente l’attenzione, la voglia di interagire e la possibilità di scambio (che, per definizione, coinvolge almeno due parti).

E anche se si trattasse di una lezione frontale, dove l’intervento del pubblico è minimo, essere travolti da una cascata ininterrotta di parole crea una sensazione di urgenza, di dover afferrare a forza una mole enorme di informazioni rovesciate addosso.

Senza pause, senza respiro, senza tempo per rielaborare.
L’attenzione va in sovraccarico, la classe si perde, e tu – docente o formatore – ti ritrovi con l’amara sensazione di non essere riuscito a interessare, motivare o coinvolgere il tuo pubblico.

Senza renderti conto che forse il problema non sono gli argomenti noiosi. E nemmeno l’attenzione calante delle “nuove generazioni”.

Ti sembra catastrofico?
In realtà, molte persone si abituano a questa condizione.
Il disagio si cronicizza, si integra nel quotidiano.
Certo, ci si sente frustrati e affaticati nel parlare, ma si considera tutto “normale”.
E si tira avanti, trovando un precario equilibrio, pronto a crollare al primo imprevisto.

Se sei un professionista vocale, entrare in questo loop ha ricadute importanti:
sull’usura dell’organo fonatorio, ma anche sul tuo senso di efficacia e di valore come formatore, comunicatore, insegnante.

Ma migliorare si può.
E ogni cammino comincia sempre dal primo passo.

Il tuo, in questo caso, sarà lento, consapevole e… arioso. 😉


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